Per molte piccole e medie imprese la domanda sulle emissioni di gas serra non arriva da una norma, ma dal questionario di un cliente, dalla piattaforma di valutazione di un grande gruppo o dall’istruttoria di una banca. Spesso la richiesta riguarda le emissioni dell’anno espresse in tonnellate di CO2 equivalente e suddivise in scope 1, 2 e 3. Con il regolamento delegato (UE) 2026/1560, pubblicato il 21 settembre 2026, questo linguaggio entra nello standard europeo per la rendicontazione volontaria delle imprese non soggette all’obbligo. Lo standard comprende le emissioni di scope 1 e 2, e una parte dei suoi dati, elencata nell’allegato II del regolamento, segna il perimetro massimo delle informazioni che, per gli esercizi che iniziano dal 1° gennaio 2027, i clienti soggetti all’obbligo di rendicontazione potranno chiedere ai fornitori con non più di 1.000 dipendenti.
Che cos’è l’inventario delle emissioni di un’organizzazione
L’inventario delle emissioni, chiamato anche carbon footprint di organizzazione, misura i gas a effetto serra generati in un anno dalle attività di un’impresa. Si distingue dalla carbon footprint di prodotto, regolata dalla ISO 14067, che segue invece un singolo bene lungo il suo ciclo di vita. Le due misure usano principi analoghi ma rispondono a domande diverse. La prima dice quanto emette l’azienda, la seconda quanto emette ciò che vende.
I riferimenti tecnici sono due. Il primo è il Corporate Accounting and Reporting Standard del GHG Protocol, che fornisce requisiti e indicazioni per preparare un inventario delle emissioni a livello di organizzazione. Il secondo è la norma ISO 14064-1:2018, la specifica per la quantificazione e la rendicontazione delle emissioni e degli assorbimenti di gas serra a livello di organizzazione, affiancata dalla ISO 14064-3 per la verifica e la validazione delle dichiarazioni sui gas serra.
Scope 1, scope 2 e scope 3, le tre famiglie di emissioni
Il GHG Protocol suddivide le emissioni in tre ambiti, detti scope. Lo scope 1 comprende le emissioni dirette da fonti di proprietà o sotto il controllo dell’impresa, come le caldaie, i forni, i generatori, gli automezzi aziendali e le perdite di gas refrigeranti degli impianti di condizionamento.
Lo scope 2 comprende le emissioni indirette derivanti dalla generazione dell’energia acquistata e consumata dall’impresa, in primo luogo l’energia elettrica, ma anche calore, vapore o raffrescamento. Le emissioni avvengono nella centrale che produce l’energia, ma sono attribuite a chi la consuma.
Lo scope 3 raccoglie tutte le altre emissioni indirette lungo la catena del valore. Lo standard dedicato del GHG Protocol le organizza in quindici categorie, otto a monte e sette a valle. Fra queste categorie ci sono i beni e servizi acquistati, i trasporti in entrata e in uscita, i rifiuti generati, le trasferte di lavoro, gli spostamenti casa lavoro dei dipendenti e l’uso e il fine vita dei prodotti venduti. Il Corporate Standard richiede di contabilizzare e rendicontare almeno lo scope 1 e lo scope 2, mentre lo scope 3 è una categoria facoltativa.
Le emissioni si esprimono in CO2 equivalente, perché i gas considerati non sono solo l’anidride carbonica. La versione 2004 del Corporate Standard considera sei gas, cioè anidride carbonica, metano, protossido di azoto, idrofluorocarburi, perfluorocarburi ed esafluoruro di zolfo, e dal 2013 il GHG Protocol richiede di includere anche il trifluoruro di azoto. Ciascun gas è convertito in CO2 equivalente con il proprio potenziale di riscaldamento globale.
Che cosa chiede lo standard VSME
Il regolamento delegato (UE) 2026/1560 adotta il principio di rendicontazione di sostenibilità ad uso volontario, che riprende lo standard VSME elaborato dall’EFRAG ed è destinato alle imprese non soggette all’obbligo di rendicontazione. L’informativa B3 del modulo di base, dedicata a energia ed emissioni, chiede due blocchi di dati.
Il primo è il consumo totale di energia in MWh, con la ripartizione, se l’impresa è in grado di ottenere le informazioni, fra energia elettrica e combustibili e fra fonti rinnovabili e non rinnovabili. Il secondo sono le stime delle emissioni lorde di gas serra del periodo, in tonnellate di CO2 equivalente, calcolate tenendo conto dello standard per le imprese del GHG Protocol nella versione 2004. Vanno indicate le emissioni di scope 1 e le emissioni di scope 2 calcolate con il metodo basato sulla posizione. Per le imprese con al massimo dieci dipendenti l’intera informativa B3 è volontaria.
Lo scope 3 non rientra nell’informativa B3. Il modulo onnicomprensivo indica che può essere opportuno quantificarlo e che chi lo comunica dovrebbe rifarsi alle quindici categorie del GHG Protocol, includendo quelle significative secondo la propria valutazione e presentandole insieme ai dati B3. Lo stesso modulo aggiunge, con l’informativa C3, gli obiettivi di riduzione per chi li ha fissati, da esprimere in valori assoluti per scope 1 e 2 e, se fissati, per lo scope 3 significativo, con anno base, anno obiettivo, unità di misura, quota di emissioni interessata e principali azioni previste.
Il regolamento fissa inoltre, all’articolo 3, il limite per la catena del valore, cioè il perimetro massimo delle informazioni che le imprese soggette all’obbligo di rendicontazione, ridotte dalla revisione della CSRD, potranno chiedere ai fini della propria rendicontazione alle imprese della loro catena del valore con non più di 1.000 dipendenti, a partire dagli esercizi che iniziano dal 1° gennaio 2027. Il limite riguarda solo gli elementi di informazione elencati nell’allegato II del regolamento. Per energia ed emissioni l’allegato II comprende, dell’informativa B3, il consumo totale di energia in MWh e le stime delle emissioni lorde di gas serra, cioè scope 1 e scope 2 basate sulla posizione. Il dato di scope 2 basato sul mercato e lo scope 3 non fanno parte né dell’informativa B3 né dell’allegato II.
Metodo basato sulla posizione e metodo basato sul mercato
Lo scope 2 si può calcolare in due modi, descritti dalla Scope 2 Guidance del GHG Protocol. Il metodo basato sulla posizione, detto location-based, applica il fattore medio di emissione della rete elettrica in cui avviene il consumo. Il metodo basato sul mercato, detto market-based, riflette invece l’energia che l’impresa ha scelto di acquistare, per esempio con contratti di fornitura da fonti rinnovabili accompagnati da garanzie di origine.
La distinzione ha conseguenze pratiche. Un’impresa che acquista energia certificata rinnovabile riduce le proprie emissioni market-based ma non quelle location-based, che dipendono dal mix della rete in cui avviene il consumo. Il VSME chiede il dato location-based, mentre il GHG Protocol prevede che chi opera in mercati con strumenti contrattuali comunichi entrambi i valori.
I dati da raccogliere e i fattori di emissione italiani
Gran parte dei dati è già in azienda. Per lo scope 1 servono i consumi di gas naturale e di gasolio dalle fatture, i litri di carburante della flotta, le quantità di gas refrigerante reintegrate negli impianti, che risultano dai registri di manutenzione. Per lo scope 2 servono i kWh di energia elettrica delle bollette, sede per sede, e il tipo di contratto di fornitura. Per lo scope 3 il punto di partenza sono gli acquisti per categoria di spesa, i trasporti affidati a terzi, i rifiuti già quantificati per il MUD e le trasferte.
A ogni consumo si applica un fattore di emissione. Per l’energia elettrica il riferimento nazionale è il rapporto ISPRA «Settore elettrico, emissioni di CO2 e altri impatti», edizione 2026 (Rapporti 430/2026), che per i consumi elettrici indica 192,6 grammi di CO2 per kWh nel 2024 e 199,6 grammi nel 2025, valore ancora preliminare, comprensivi delle perdite di rete e della quota importata. Il fattore considera la sola anidride carbonica e cambia ogni anno, per questo è buona prassi che l’inventario dichiari quale valore ha usato e da quale fonte.
Gli errori ricorrenti e lo stato delle regole
Gli errori più frequenti riguardano il perimetro e la coerenza. Un inventario che esclude una sede produttiva, i mezzi a noleggio che, con l’approccio di consolidamento scelto, rientrano nel perimetro o le perdite di refrigerante sottostima lo scope 1. Un inventario che cambia ogni anno fattori di emissione o confini senza dichiararlo rende inconfrontabili i risultati, e con essi qualsiasi obiettivo di riduzione. Un dato di scope 2 presentato senza indicare il metodo non è leggibile per chi lo riceve.
Le regole tecniche sono in movimento. La ISO 14064-1:2018 è in revisione, e il 29 luglio 2026 il GHG Protocol ha annunciato che i propri standard per le organizzazioni e quelli ISO saranno riuniti in un unico standard armonizzato, con una consultazione prevista nel secondo trimestre del 2027. Finché il nuovo standard non sarà pubblicato il riferimento restano gli standard attuali, e il VSME rinvia espressamente alla versione 2004 del GHG Protocol.
Un dato che diventa leva competitiva
Per un fornitore, disporre di un inventario delle emissioni solido significa rispondere ai clienti con numeri difendibili invece di stime improvvisate, individuare dove si concentrano le emissioni e quindi i costi energetici, e fissare obiettivi di riduzione credibili. È anche un punto di partenza utile per la carbon footprint di prodotto, per le asserzioni ambientali e per la valutazione dei rischi climatici. Affianchiamo le imprese nella costruzione dell’inventario delle emissioni, nella scelta dei fattori di emissione e nella preparazione dei dati per il rapporto VSME e per i questionari della filiera.
