Nel dibattito sulla transizione ecologica il rifiuto industriale resta la grandezza meno raccontata e, insieme, la più rivelatrice. È il residuo materiale dell’attività produttiva, e il modo in cui viene gestito dice molto sulla maturità di un sistema economico. Il Rapporto Rifiuti Speciali edizione 2026, venticinquesima edizione della serie, è stato pubblicato da ISPRA il 21 luglio 2026 nella collana Rapporti con il numero 433/2026 e offre la fotografia più aggiornata disponibile, riferita all’anno 2024. La base dati è costituita dalle dichiarazioni MUD, il Modello Unico di Dichiarazione ambientale che imprese ed enti presentano ogni anno ai sensi del D.Lgs. 152/2006.
Il dato di apertura è una produzione nazionale di 172,0 milioni di tonnellate, in aumento del 4,6% rispetto al 2023, pari a 7,6 milioni di tonnellate in più. Lo stesso rapporto segnala che la crescita non trova corrispondenza nell’andamento macroeconomico dello stesso anno, con un prodotto interno lordo indicato in aumento dello 0,8% e consumi a più 1,3%. È un disallineamento che merita attenzione, perché la quantità di scarto generata dal sistema produttivo non sta seguendo il ritmo dell’economia che la produce.
Come si compone la produzione nazionale
Della produzione complessiva, 161,2 milioni di tonnellate sono rifiuti non pericolosi, il 93,7% del totale, in crescita del 4,5%. I rifiuti pericolosi si attestano a 10,8 milioni di tonnellate, con un incremento del 6,0% pari a 612 mila tonnellate aggiuntive. La quota di pericolosi resta contenuta in termini relativi, ma cresce più rapidamente del resto, ed è la componente che genera i maggiori oneri gestionali e documentali a carico del produttore.
Il perimetro della rilevazione comprende le attività industriali, commerciali, artigianali e di servizi, incluse quelle di trattamento rifiuti e risanamento ambientale. I rifiuti urbani sono oggetto di un rapporto distinto e non entrano in queste cifre. Il rapporto non introduce obblighi nuovi, perché è una rilevazione statistica e non un atto normativo, ma misura l’esito degli obblighi già in vigore su classificazione, tracciabilità e dichiarazione annuale.
Dove nascono i rifiuti speciali
La distribuzione per settore economico spiega buona parte della dinamica complessiva. Le attività di costruzione e demolizione producono 90,4 milioni di tonnellate, il 52,5% del totale nazionale. Seguono il trattamento dei rifiuti e il risanamento con il 23,1%, le attività manifatturiere con il 15,9% e le altre attività economiche con l’8,5%.
Il dato ha una conseguenza interpretativa importante. La produzione nazionale di rifiuti speciali è governata in misura prevalente dal ciclo delle costruzioni, quindi dagli investimenti immobiliari e infrastrutturali, molto più che dall’andamento della domanda di beni. Leggere l’aumento del 4,6% come indicatore di inefficienza industriale sarebbe un errore di attribuzione.
Tre quarti del gestito torna a essere materia
Nel 2024 il sistema nazionale ha gestito complessivamente 187.248.419 tonnellate di rifiuti speciali, di cui 177,5 milioni non pericolosi. Il valore è superiore alla produzione perché comprende le importazioni, le giacenze e i passaggi multipli dello stesso rifiuto tra impianti diversi, quindi i due numeri non vanno confrontati direttamente. Le operazioni sono identificate dai codici del Testo Unico Ambientale, con la lettera R per il recupero e la lettera D per lo smaltimento.
| Operazione di gestione | Quantità 2024 | Quota sul gestito |
|---|---|---|
| Recupero di materia (R2-R12) | 139,1 milioni di t | 74,3% |
| Smaltimento (D8, D9, D13, D14) | 18,3 milioni di t | 9,8% |
| Smaltimento in discarica (D1) | 7,7 milioni di t | 4,1% |
| Coincenerimento (R1) | 1,8 milioni di t | 1,0% |
| Incenerimento (D10) | 1,1 milioni di t | 0,6% |
Il recupero di materia cresce del 6,4% rispetto al 2023, quindi più della produzione. È il segnale più solido del rapporto, perché la capacità impiantistica di riportare il rifiuto nel ciclo produttivo sta aumentando più rapidamente della quantità da gestire. Contando tutte le operazioni di recupero, comprese la messa in riserva e il recupero di energia, il rapporto arriva a 159,2 milioni di tonnellate, l’85% del gestito, contro 28,1 milioni di tonnellate avviate a smaltimento, pari al 15%.
Alcune filiere raggiungono risultati particolarmente maturi. I rifiuti da costruzione e demolizione registrano un tasso di riciclo dell’82,4%, ben oltre il traguardo del 70% fissato al 2020 dalla direttiva 2008/98/CE. I veicoli fuori uso arrivano all’86,7% di riciclaggio e superano l’obiettivo europeo dell’85%, mentre il recupero complessivo resta sotto la soglia del 95% per la limitata disponibilità di impianti di recupero energetico. Gli pneumatici fuori uso gestiti sono 495 mila tonnellate, con l’85% avviato a recupero di materia.
La discarica continua ad arretrare
Il conferimento in discarica scende a 7.746.686 tonnellate, di cui 6.891.896 tonnellate di rifiuti non pericolosi e 854.790 tonnellate di rifiuti pericolosi. La flessione è del 2% rispetto al 2023 e del 23,9% rispetto al 2021.
La contrazione su un orizzonte triennale è il dato più significativo, perché misura un cambiamento strutturale e non una oscillazione congiunturale. Per l’impresa produttrice diventa una variabile economica concreta, dato che la disponibilità di volumi in discarica si riduce, i costi di smaltimento tendono a salire e le soluzioni orientate al recupero diventano progressivamente più convenienti anche in termini puramente finanziari.
Il rapporto registra inoltre 10.563 impianti attivi sul territorio nazionale, di cui 2.068 in Lombardia, e flussi di scambio con l’estero pari a 7 milioni di tonnellate importate, prevalentemente rottami metallici destinati alle acciaierie, e 5,1 milioni di tonnellate esportate.
Che cosa è cambiato rispetto alla rilevazione sui dati 2023
L’edizione precedente del rapporto, riferita al 2023, fotografava un sistema con numeri sensibilmente diversi. La produzione nazionale si fermava a 164,5 milioni di tonnellate, con una crescita dell’1,9% sull’anno prima, mentre il 2024 segna 172,0 milioni e un aumento del 4,6%, quindi un ritmo più che raddoppiato.
Il confronto più rilevante riguarda però la destinazione dei rifiuti. Nel 2023 il recupero di materia si era attestato al 73% del gestito, con circa 130 milioni di tonnellate, e ISPRA lo aveva presentato come il valore più alto mai registrato. Nel 2024 la quota sale al 74,3% e il volume a 139,1 milioni di tonnellate, quindi quel primato viene già superato.
Cambia anche il peso delle costruzioni, passate da 83,3 milioni di tonnellate e il 51% del totale a 90,4 milioni e il 52,5%. Sul fronte opposto la discarica rallenta la propria discesa, perché al calo dell’11,2% registrato nel 2023 segue una flessione del 2% nel 2024. La direzione resta la stessa, ma il margine di riduzione ancora disponibile si sta assottigliando, ed è questo il punto che riguarda più da vicino chi deve programmare i costi di smaltimento dei prossimi esercizi.
Sul confronto va fatta un’avvertenza. ISPRA consolida e aggiorna le serie a ogni edizione, quindi i valori riferiti al 2023 possono differire di poco tra il rapporto pubblicato nel 2025 e quello pubblicato nel 2026. Le variazioni percentuali indicate nell’edizione 2026 sono calcolate sulla serie ricostruita e restano il riferimento corretto per misurare la distanza tra i due anni.
Il quadro territoriale e il peso della Toscana
La geografia della produzione riflette quella dell’apparato industriale. Il Nord concentra il 56% del totale nazionale con 96,4 milioni di tonnellate, il Sud il 25,8% con 44,3 milioni di tonnellate e il Centro il 18,2% con 31,3 milioni di tonnellate.
Tra le regioni la Lombardia guida con 36,4 milioni di tonnellate, pari al 21,2% del totale nazionale, seguita da Veneto con 18 milioni, Emilia-Romagna con 15 milioni, Piemonte con 13,9 milioni e Campania con 11,7 milioni. La Toscana si colloca al sesto posto con 11,5 milioni di tonnellate ed è la prima regione del Centro Italia, davanti a Lazio con 11,2 milioni, Sicilia con 10,1 milioni e Puglia con 9,3 milioni.
Per il tessuto produttivo toscano, fatto di distretti manifatturieri a forte specializzazione, il posizionamento non è una curiosità statistica. La regione genera il 6,7% dei rifiuti speciali italiani e concentra da sola oltre un terzo della produzione del Centro, quindi le scelte impiantistiche e organizzative delle imprese toscane incidono su una quota rilevante del bilancio nazionale, e la disponibilità di impianti di recupero vicini è per queste imprese un fattore di costo diretto, non una questione di sistema.
Come vanno letti questi numeri
La credibilità di un’analisi statistica passa dalla dichiarazione dei suoi limiti, e il rapporto ISPRA li esplicita con chiarezza.
- I dati provengono dalle dichiarazioni MUD presentate ogni anno ed elaborate dal Centro nazionale dei rifiuti e dell’economia circolare di ISPRA, con il contributo delle agenzie regionali per la protezione dell’ambiente.
- Per i settori parzialmente esentati dall’obbligo dichiarativo, in primo luogo le costruzioni, la rilevazione viene integrata con quantitativi stimati. Poiché quel comparto pesa per il 52,5% del totale, si tratta del principale elemento di incertezza dell’aggregato nazionale.
- L’edizione 2026 riporta dati riferiti al 2024, con uno sfasamento fisiologico legato al ciclo di raccolta ed elaborazione delle dichiarazioni.
Va inoltre ricordato che nella quantificazione della produzione da costruzione e demolizione sono esclusi i rifiuti in giacenza prodotti nell’anno precedente e inclusi quelli in giacenza a fine anno di riferimento. Sono precisazioni metodologiche che non tolgono valore alla serie storica, ma che sconsigliano letture puntuali su variazioni di pochi decimi di punto.
Una cautela riguarda infine il confronto con l’economia. I valori di crescita citati nel rapporto non coincidono con i conti economici nazionali dell’Istat, che per il 2024 indicano un prodotto interno lordo in volume in aumento dello 0,7% e consumi finali nazionali a più 0,6%. Le due misure differiscono per base di calcolo e per momento della rilevazione, ma la lettura non cambia, perché in entrambi i casi i rifiuti speciali crescono a un ritmo di diverse volte superiore a quello dell’economia che li genera.
Cosa cambia nelle scelte dell’impresa
Dietro i valori aggregati c’è una direzione ormai leggibile. Il sistema italiano ha smesso di considerare il rifiuto speciale come un costo terminale e lo tratta sempre più come un flusso di materia da reimmettere nel ciclo produttivo, con un tasso di recupero che cresce più rapidamente della produzione e una discarica in arretramento strutturale.
Per l’impresa produttrice le verifiche da fare sono tre, e ciascuna ha un esito riconoscibile. La prima riguarda la classificazione, cioè il confronto tra i codici EER attribuiti in azienda, quelli dell’elenco europeo dei rifiuti, e la composizione reale degli scarti risultante dalle analisi. Se un rifiuto è classificato come pericoloso senza che la caratterizzazione lo confermi, l’azienda sta pagando un costo di smaltimento più alto del necessario; se accade il contrario, si trova in una situazione di non conformità da sanare prima del conferimento successivo.
La seconda verifica riguarda la filiera di destino, perché la responsabilità del produttore non si esaurisce con la consegna al trasportatore. Il controllo consiste nel confrontare le operazioni indicate sul formulario con quelle effettivamente autorizzate all’impianto di destino. Se coincidono, la filiera regge; se non coincidono, oppure se l’impianto svolge solo messa in riserva o deposito preliminare, il rifiuto non arriva a recupero e va indirizzato altrove.
La terza verifica si fa sui dati che l’azienda già possiede. Il rapporto tra quantità avviata a recupero e quantità totale prodotta, calcolato sulle proprie dichiarazioni MUD degli ultimi tre anni, restituisce un valore direttamente confrontabile con il 74,3% nazionale e, per chi opera nelle costruzioni, con l’82,4% di settore. Se il valore aziendale resta sotto quella soglia, la leva su cui intervenire è la separazione dei flussi all’origine, perché è la miscelazione degli scarti a declassare un rifiuto altrimenti recuperabile.
Affianchiamo le imprese nella classificazione dei rifiuti, nella gestione degli adempimenti di tracciabilità e nella verifica della filiera di destino, perché in un sistema che recupera tre quarti di ciò che gestisce la differenza competitiva si costruisce sulla precisione delle scelte tecniche, molto prima che sulle dichiarazioni di principio.
